La Commissione Europea, nel Country Report 2026 pubblicato il 3 giugno, ha identificato il regime forfettario italiano come un problema strutturale: troppa evasione, troppo costo per le finanze pubbliche, troppa distanza dagli standard europei. Il governo italiano difende il regime e non ha presentato proposte di abolizione. Ma il tema è sul tavolo, e potrebbe tornare in ogni legge di bilancio.
In questo articolo analizziamo cosa cambierebbe concretamente — con numeri alla mano — per chi fattura 20.000 o 50.000 euro l'anno. E diciamo la nostra su quali sono i rischi reali di una riforma mal fatta.
Perché l'UE vuole cambiare le cose
Bruxelles ha identificato tre criticità principali nel regime forfettario:
1. Evasione fiscale elevata
Il sistema forfettario si basa su ricavi stimati, non su costi reali verificabili. I controlli sono difficili. Secondo il rapporto UE Mind the Gap (dicembre 2025), il tax gap tra i lavoratori autonomi italiani raggiunge il 59,8% — circa 37 miliardi di euro non riscossi ogni anno.
2. Effetto soglia distorsivo
Superare gli 85.000 euro di ricavi significa passare dalla flat tax al 15% all'IRPEF progressiva (fino al 43%). Il salto è brusco e crea un incentivo concreto a restare sotto la soglia — anche artificialmente.
3. Costo fiscale complessivo elevato
Le agevolazioni fiscali valgono complessivamente circa 119 miliardi di euro, pari al 5,8% del PIL italiano. Per Bruxelles è una voce che non si può ignorare.
L'UE sottolinea anche che negli altri Paesi europei i lavoratori autonomi pagano le stesse aliquote progressive dei dipendenti, con deduzioni sulle spese reali. L'Italia fa eccezione.
La posizione dell'Italia: nessun pericolo immediato
Il governo difende il regime forfettario come strumento di sostegno alle microimprese e ai liberi professionisti. Non ci sono proposte concrete di abolizione. Si parla anzi di alzare la soglia da 85.000 a 100.000 euro.
Con quasi 2 milioni di partite IVA forfettarie — oltre il 51% del totale — modificare radicalmente questo sistema avrebbe un impatto politico enorme. Per ora nessuna partita IVA è a rischio. Ma il tema è presente a ogni confronto con Bruxelles, e potrebbe rientrare nei negoziati legati ai fondi europei o alle prossime manovre fiscali.
Se la riforma arrivasse: i numeri che cambiano
Ipotizziamo lo scenario più probabile in caso di riforma: addio alla flat tax al 15%, e benvenuta l'IRPEF progressiva a tre scaglioni (23%, 35%, 43%) — mantenendo però una deduzione forfettaria sulle spese (es. 15% del fatturato) per non stravolgere la burocrazia. I calcoli che seguono si riferiscono a professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS (consulenti, designer, sviluppatori, ecc.); per artigiani e commercianti forfettari la situazione INPS è diversa, come spieghiamo più avanti. Sono stime indicative: per la tua situazione specifica confrontati sempre con il tuo commercialista.
Regime forfettario attuale (2025–2026)
Il reddito imponibile si calcola applicando il coefficiente di redditività del 78% al fatturato (per la maggior parte dei servizi professionali). I contributi INPS — 26,07% per la Gestione Separata, senza sconti applicabili — sono deducibili prima del calcolo IRPEF al 15%.
| Voce | 20.000 € fatturato | 50.000 € fatturato |
|---|---|---|
| Reddito imponibile (78%) | 15.600 € | 39.000 € |
| INPS Gestione Separata (26,07%) | ~4.070 € | ~10.170 € |
| IRPEF flat 15% (su reddito al netto INPS) | ~1.730 € | ~4.330 € |
| Totale imposte e contributi | ~5.800 € | ~14.500 € |
| Incasso netto | ~14.200 € | ~35.500 € |
Scenario riforma UE (IRPEF progressiva + 15% deduzione piatta)
In questo scenario scompare la flat tax al 15%. L'IRPEF si applica a scaglioni: 23% fino a 28.000 €, 35% fino a 50.000 €, 43% oltre. L'INPS resta al 26,07%, ma la base imponibile cambia: invece del coefficiente 78%, si parte dal 100% del fatturato meno la deduzione piatta del 15% sulle spese (85%).
| Voce | 20.000 € fatturato | 50.000 € fatturato |
|---|---|---|
| Base imponibile (fatturato − 15% spese piatte) | 17.000 € | 42.500 € |
| INPS Gestione Separata (26,07%) | ~4.430 € | ~11.080 € |
| IRPEF progressiva (su base al netto INPS) | ~2.890 € | ~7.640 € |
| Totale imposte e contributi | ~7.320 € | ~18.720 € |
| Incasso netto | ~12.680 € | ~31.280 € |
Il confronto diretto
Chi fattura 20.000 €
Imposte oggi: ~5.800 €
Imposte con riforma: ~7.320 €
Aggravio: +~1.520 € (+26%)
Chi fattura 50.000 €
Imposte oggi: ~14.500 €
Imposte con riforma: ~18.720 €
Aggravio: +~4.220 € (+29%)
Nota: artigiani e commercianti in forfettario
Chi è iscritto alle gestioni INPS Artigiani o Commercianti — non alla Gestione Separata — può oggi richiedere la riduzione del 35% sui contributi, portando l'aliquota effettiva a circa il 15,6%. Per questi professionisti, una riforma che eliminasse questo sconto comporterebbe un aggravio INPS molto più marcato rispetto ai numeri mostrati sopra — avvicinando l'incremento totale al 55–60%.
Anche per la Gestione Separata l'aumento è significativo: circa il 26-29% in più di carico fiscale complessivo. La voce che pesa di più resta sempre l'INPS, che già oggi assorbe il 70% del totale imposte per chi è in Gestione Separata.
Chi ci guadagna e chi ci perde: il nodo delle spese
Il regime forfettario attuale non prevede la deduzione delle spese reali: il 22% di sconto implicito nel coefficiente 78% vale per tutti, indipendentemente da quanto si spende effettivamente per lavorare. Questo crea una disparità netta:
Chi ha spese basse (o zero)
Il 22% forfettario è più di quello che spende realmente. Il regime semplificato è un vantaggio netto — si paga meno di quanto si "dovrebbe".
Chi ha spese rilevanti
Software, attrezzature, collaboratori, affitto di studio: chi spende il 30–40% del fatturato in costi reali deduce solo il 22% forfettario — e ci rimette strutturalmente.
In uno scenario di riforma, il governo potrebbe alzare leggermente la quota forfettaria di spese deducibili (dal 22% attuale al 25–26%) per ridurre l'impatto. Ma c'è un limite strutturale: ogni punto percentuale in più riduce la base imponibile INPS, con effetti negativi sulle casse dell'istituto previdenziale, che è già sotto pressione finanziaria. Un aumento superiore ai 4–5 punti è improbabile proprio per questo vincolo.
L'effetto burocrazia: tornare all'ordinario non è semplice
Se le condizioni del forfettario diventassero meno vantaggiose, molte partite IVA valuterebbero il passaggio al regime ordinario, potendo finalmente dedurre le spese reali. Attenzione però: è un cambio che ha costi nascosti.
Il regime ordinario richiede la tenuta della contabilità, la registrazione di ogni spesa, la gestione dell'IVA su acquisti e vendite, e un lavoro molto più intenso da parte del commercialista. Ogni abbonamento software, ogni trasferta, ogni acquisto professionale torna a essere una voce da documentare e registrare.
C'è anche un effetto psicologico ben noto: chi può "scaricare" tende a farlo al massimo. Dalla cancelleria alle spese più discutibili, gli studi dei commercialisti tornerebbero a gestire una quantità di giustificativi oggi praticamente assente. È esattamente la situazione che aveva reso necessario il regime forfettario negli anni Duemila: semplificare un sistema diventato ingestibile per i piccoli operatori. Riformarlo male rischia di ricreare il problema che si voleva risolvere.
Il rischio collaterale: la stretta che alimenta l'evasione
C'è un paradosso che Bruxelles forse non ha considerato abbastanza: in Italia, una pressione fiscale troppo elevata sui lavoratori autonomi con contatti diretti con il consumatore finale — artigiani, professionisti, piccoli prestatori di servizi — ha storicamente prodotto l'effetto opposto rispetto a quello cercato.
Chi riceve pagamenti di persona è più esposto alla tentazione di non emettere fattura. Non è una giustificazione morale — è una previsione basata su quanto accaduto in passato quando le aliquote erano molto più alte. Una stretta fiscale mal calibrata rischia di ridurre le entrate fiscali anziché aumentarle. Il tax gap che l'UE vuole ridurre potrebbe addirittura crescere.
Cosa fare adesso
La conclusione pratica è semplice: nessun allarme immediato. Il regime forfettario non cambia domani. Il governo italiano lo difende, e con quasi 2 milioni di partite IVA coinvolte qualsiasi riforma richiede anni di negoziato.
Ma è il momento giusto per dotarsi di strumenti che permettano di affrontare eventuali cambi normativi senza stress. Ogni legge di bilancio può introdurre novità — sui limiti, sui coefficienti, o sui requisiti di accesso — e l'unico modo per non farsi cogliere di sorpresa è avere una visione chiara della propria situazione fiscale.
In particolare, se arrivasse un obbligo di tracciare meglio gli acquisti, o se valutassi il passaggio all'ordinario, è utile avere già un gestionale che supporti la registrazione delle spese, la riconciliazione bancaria e un canale diretto con il tuo commercialista.